International Lectures on Nature and Human Ecology
 
 

SONIA SQUILLACI


Broderies | Fabio Belloni

Il soggetto, intanto: uno e ripetuto ossessivamente.
Si possono dipingere nudi, paesaggi, ritratti, nature morte. Io da una natura morta con ortaggi ho estrapolato il frutto della melanzana. È l'emblema della mia ricerca attuale: è vero, lo affronto con ossessione. Mi attrae la sua forma, mi colpisce il suo colore. Per istinto respingo le forme geometriche lineari, detesto la precisione matematica. Amo invece le forme arrotondate, imprecise. Essendo un ortaggio molto utilizzato nelle regioni meridionali, poi, ho pensato che la melanzana potesse rendere omaggio alle mie origini siciliane.


Nei tuoi lavori sembra quasi la proiezione di qualcosa d'altro...
Sì, una specie. Mia nonna paterna, nata a Palermo,è una figura molto importante per la mia spiritualità. Identifico la sua persona con l'idea ancestrale di madre, di fertilità, di generosità. Lei è sempre stata remissiva, passiva, arrendevole, di grande fede religiosa e bontà d'animo. Ha accettato qualsiasi cosa le riservasse il destino. Ha partorito e cresciuto cinque figli, e una volta che questi sono diventati adulti si è occupata dei nipoti, me compresa. Anche mia zia ha avuto cinque figli e tutti insieme hanno vissuto nella stessa casa di mia nonna. Mia nonna, insomma, ha gestito senza battere ciglio ben sedici bambini: è stata perennemente impegnata in cucina, provando a tenere in ordine le vite di tutti. Quest'immagine è forte e ben radicata in me: è l'idea primordiale, arcaica di donna, la cui unica ragione di esistere è quella della procreazione e della conservazione della specie. Una donna che rinuncia a sé, al suo Io, svuotata della sua soggettività per riempirsi di altro, per dedicarsi interamente ai figli. Vedo la melanzana come un simbolo di questo modo di essere: è un ortaggio generoso, pacioso, tondo come un ventre gravido. Ha molteplici usi in cucina, e può soddisfare parecchie bocche affamate.


Insomma, per te è importante nascondere un significato...

Sì, una specie. Mia nonna paterna, nata a Palermo,è una figura molto importante per la mia spiritualità. Identifico la sua persona con l'idea ancestrale di madre, di fertilità, di generosità. Lei è sempre stata remissiva, passiva, arrendevole, di grande fede religiosa e bontà d'animo. Ha accettato qualsiasi cosa le riservasse il destino. Ha partorito e cresciuto cinque figli, e una volta che questi sono diventati adulti si è occupata dei nipoti, me compresa. Anche mia zia ha avuto cinque figli e tutti insieme hanno vissuto nella stessa casa di mia nonna. Mia nonna, insomma, ha gestito senza battere ciglio ben sedici bambini: è stata perennemente impegnata in cucina, provando a tenere in ordine le vite di tutti. Quest'immagine è forte e ben radicata in me: è l'idea primordiale, arcaica di donna, la cui unica ragione di esistere è quella della procreazione e della conservazione della specie. Una donna che rinuncia a sé, al suo Io, svuotata della sua soggettività per riempirsi di altro, per dedicarsi interamente ai figli. Vedo la melanzana come un simbolo di questo modo di essere: è un ortaggio generoso, pacioso, tondo come un ventre gravido. Ha molteplici usi in cucina, e può soddisfare parecchie bocche affamate.

Insieme alla riduzione a un unico soggetto, ciò che colpisce è la fissazione per il bianco e nero...

Il bianco e nero, che in passato ho adoperato così di frequente, è strettamente connesso alle tradizionali tecniche incisorie, nella fattispecie al carborundum, un mezzo che restituisce neri molto profondi e vellutati. In questo modo ottengo delle stampe su carta e poi incornicio la matrice inchiostrata rendendola così un'opera a sé stante. Credo che questo sia il modo migliore per mostrare come da una Mater, una matrice, ottengo tante copie, tutte uguali ma contemporaneamente tutte diverse: e questo, in fondo, è ciò che succede nella procreazione. A proposito, mi viene in mente un proverbio zen: "Ogni cosa è la stessa, ogni cosa è diversa".

Negli ultimi tempi però hai introdotto anche i colori, e per di più molto sgargianti...
A fianco al bianco-nero ho recentemente introdotto il colore: sono due modi di operare che porto avanti simultaneamente, una cosa non esclude l'altra: istintivamente avverto la necessità di lavorare sia in un modo che nell'altro. In questo periodo impiego anche dei tessuti che applico alla tela, inoltre utilizzo i più diversi rulli decorativi del tappezziere: mi interessa un'immagine decorativa, un'immagine felice, perché in fondo vivo un'esistenza ottimistica, felice, serena. Il colore è sempre legato a una dimensione emozionale e la ricerca della felicità vuol dire che la felicità è già insita dentro noi. È nostro compito scoprirla e risvegliarla.

E poi, dalla superficie bidimensionale della carta o della tela, ti sei misurata con la terza dimensione.

Nel mio caso il ricorso alla scultura nasce da una necessità di sperimentazione tecnica. Le sculture che realizzo sono opposte al concetto michelangiolesco del togliere l'eccesso di materia, non riguardano neppure il processo di modellazione dell'argilla. Al contrario, sono lo sviluppo di un disegno bidimensionale a cui aggiungo la terza dimensione dello spessore: procedo per stratificazioni e alla fine ottengo una sorta di altorilievo. Realizzo un'anima di metallo seguendo il contorno di un disegno; rivesto l'armatura con della rete metallica; infine applico un rivestimento di cellulosa e resina acrilica che poi asciuga e indurisce. È un procedimento analogo a quello della cartapesta, ma invece della carta, uso la cellulosa che è sprovvista di colle come la carta comune. L'esito finale è una scultura dall'effetto petroso, che dà un'impressione di pesantezza: in realtà l'opera è leggerissima e ha un colore bianco candido. Talvolta intervengo con del pigmento puro nero: così il tutto diventa più suggestivo perché il colore assorbe la luce e crea una superficie vellutata.

I tuoi lavori più recenti, quelli che presenti in questa occasione, segnano un ulteriore passo nel tuo lavoro.

Si tratta di serigrafie ottenute con un complesso processo di lavorazione che fonde la tecnica del monotipo con quella del flocking. Derivano da due originali su tela, a loro volta delle tecniche miste ottenute con un collage di tessuto. Il soggetto, inevitabilmente, rimane quello di sempre. Il tutto, però, stavolta è molto colorato. I tessuti applicati sono decorati con fantasie floreali e arabeschi: il rimando va a Matisse, a Bonnard, ma ci si può leggere anche un richiamo all'immaginario pop degli anni Sessanta. Questi lavori vanno esposti insieme e ravvicinati, senza interruzioni tra l'uno e l'altro. Una simile disposizione, unita alla ripetizione del tema e al colore caricato del fondo, crea un ambiente che emana qualcosa di straniante, e forse un po' ipnotico.